White God | Kornél Mundruczó

Pubblicato il da Emanuele Rauco

White God | Kornél Mundruczó
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I critici che valutano i film con il bilancino, pesando gli elementi, valutando l'equilibrio tra le parti (come se un film fosse una ricetta, una formula medica) come valore assoluto, di soltio amano film vacui o convenzionali, o forse non amano nessun film. White God (Sinfonia per Hagen è il sottotitolo italiano), 4° lungometraggio dell'ungherese Mundruczò vincitore del Certain regard a Cannes, è un film che sfida questi critici, raccontando del rapporto tra una ragazzina e un cane - abbandonato dal di lei padre - che passerà terribili avventure per ritrovarla. 

La mancanza di questo equilibrio, della ponderazione in fase di scrittura e regia è forse il vero fascino del film che nel declinare una favola per ragazzi - e il bellissimo inizio richiama subito Il pifferaio di Hamelin - come un dramma realista, come un'avventura inquieta e poi addirittura come un horror kinghiano (Cujo, soprattutto) mostra una potenza visiva e cinematografica stupefacente che diventa la versione contemporanea e ribaltata di Cane bianco (White Dog) di Fuller (e il ribaltamento tra dog e god la dice lunga): se nel film del 1982 il cane è simbolo del razzismo di una nazione, Mundruczò trasforma gli animali in vittime del razzismo della nuova Ungheria, da respingere tramite amore e bellezza. L'unica risposta possibile è la Sinfonia Ungherese di Liszt, per orchestra o tromba sola. Una favola metaforica che sprigione la potenza di un regista.

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