Tra le stellette, o una visione del critico

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Roger Ebert

Roger Ebert

E' morto Roger Ebert e ne scrivo solo ora perché i peana celebrativi non m'interessano. Non leggiamo i libri e i saggi in italiano figuriamoci quelli in inglese. La maggior parte anche degli appassionati di cinema non sapeva chi fosse in Italia, ed è normale al di là della grandezza. Per intenderci, fu il primo critico cinematografico a vincere il Pulitzer per la critica, nel '75, seguito da Stephen Hunter nel 2003, Joe Morgenstern nel 2005 e Wesley Morris nel 2012. Il primo e solo ad avere una stella sulla Sunset Boulevard. Il primo a rendere la critica cinematografica un fatto culturale e mediatico. Con i suoi pro e i suoi contro.

Che Ebert fosse grande, famoso e potente rispetto all'industria (la sua critica contro il 3D, i 48 fotogrammi per secondo, l'MPAA) è pacifico. Il merito fu del suo stile chiarissimo, esplicativo, diretto, della capacità di parlare al pubblico in prima persona - elemento di differenza tra la critica americana e quella europea, italiana in particolare - come se dovesse raccontare le sue sensazione prima che i suoi pensieri. Come se la sua autorevolezza lo portasse fuori dal tipico confine del critico (al Chicago Sun-Times, per quasi 50 anni). Più un comunicatore, che un semplice recensore, come dimostrano anche i libri (raccolte di critiche e non solo, come il romanzo Behind the Phantom's Mask e alcuni saggi curiosi, come la storia dell'università dell'Illinois nell'anno del centenario) e le storiche trasmissioni tv con Siskel che raccolsero 10 nomination agli Emmy e che resero mitici i 2 Thumbs Up o Down, i due pollici alti o bassi che sancivano fine o trionfo di un film. Oppure un'apparizione nella serie Ultime dal cielo. Ma soprattutto come sceneggiatore per Russ Meyer in film come Lungo la valle delle bambole, Up! e Ultravixen - gli ultimi due sotto pseudonimo.

Questa grande unanimità nasconde però un elemento critico, appunto. Eccetto sporadiche pubblicazioni, il ruolo di Ebert fu di recensore praticamente puro, di giudice, aribitro o al limite maestro. Quello che con numeri, stellette, semafori dice se un film è bello o brutto, lo consiglia o sconsiglia, lo promuove o boccia. Ogni film, per Ebert e per questo tipo di critici, è un elemento da valutare. Lo faceva bene, con stile intelligente, onesto, preciso come si può leggere nel suo sito personale che raccoglie tutti i suoi scritti, anche quelli che scriveva dal letto dell'ospedale in cui è morto consumato da un cancro a tiroide e ghiandole salivari che in 11 anni gli ha tolto la voce e mai la parola. Ma restava un oggetto, un prodotto in un certo senso restando perfettamente aderente al concetto hollywoodiano di industria. Per questo fu influente, perché parlava di cinema come l'America intendeva il cinema. Ma con l'industria e il pubblico mutati, con la critica che rischia diventare un like su un social network, il lavoro che mi fregio di compiere dovrebbe essere quello di vivere i film e comunicarne la passione allo spettatore/lettore, di portarlo insieme a chi scrive nel mondo segreto dei film, cercando di scovare ciò che le immagini solo suggeriscono. O perlomeno, portarlo a crearsi questo suo mondo, che vada al di là del bello o brutto, l'ho capito o no, mi sono divertito o no.

Niente di male in questa visione classica del recensore, integerrima del critico. Ma sorpassata e limitata, che avrebbe bisogno di scavalcare le palette coi voti ed entrare di più nel meccanismo dei discorsi, dell'intelligenza, dei sentimenti di un film, non del loro mero funzionamento. E tutto ciò si può fare nondimeno con lingua sciolta e precisa, chiara e semplice ma non sciatta, con limpidezza d'intenti e parola puntuale. Non è un sogno, è un impegno. Che mi porta, seppure lontano dall'universo critico di Ebert a commuovermi di fronte alla sua ultima recensione pubblicata, quella di To the Wonder, pubblicata postuma, ultima di un accordo che negli ultimi anni gli consentiva di recensire solo ciò di cui aveva piacere. E che aveva amato, come me.

Ebert e Siskel At the Movies, parlando di critica

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