Se non è colpa del PD, è colpa di Twitter

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Se non è colpa del PD, è colpa di Twitter

Bersani tuonò: "E' colpa di Twitter". Il cedimento strutturale del Partito Democratico prima con Marini e poi - in modo più sottile - Prodi è colpa di Twitter. Un partito in grado di non vincere mai, in qualunque situazione è colpa di Twitter, se qualcuno vuole azzerare la dirigenza e crearne una nuova e possibilmente migliore, è colpa di Twitter. Ripetetelo come un mantra perché potrebbe tornarvi utile. Di sicuro è tornato utile all'ex-segretario che si è tolto qualche colpa e qualche peso dimettendosi, ma ha anche tolto velo sull'importanza e le degenerazioni dell'uso social della politica, o meglio della politica come un reality.

Come una puntata di X-Factor o simili, che sarebbero talent show ma parlare di talento nella politica italiana mi pare fuori luogo, le elezioni, il post, la ricerca di un governo e di un presidente sono state seguite con quel misto di sarcasmo, cinismo onnipresente, ma anche passione ritrovata - perlomeno in apparenza - con cui si commentano i programmi tv in diretta. Il vero dramma pare però essersi presentato quando, alla notizia della candidatura di Marini, la base tecnologica del partito si sarebbe rivoltata. Ha parlato di partito permeabile Bersani, visto che le richieste da parte dei suoi elettori tramite Twitter, tra cui quella mia per Rodotà presidente o al limite per Ettore Andenna, sarebbero state accolte. In un momento in cui la politica cerca di abbattere definitivamente gli ostacoli tra i palazzi e le loro fondamenta elettorali, accusare chi a questa base ha voluto dare perlomeno una risposta, un segnale è paradossale. S'impone però una riflessione, sul meccanismo manipolatorio che, come un tele-voto, potrebbe innescarsi. La trasparenza è un mezzo, non un fine, conoscere tutto della vita politica - come le dirette in streaming farebbero pensare - non può essere mero esercizio di voyeurismo, così come riprendersi e mostrarsi su YouTube mentre s'insulta un parlamentare o gli si lanciano monetine (Fassina come Craxi, permettetemi non regge) non è protesta, ma maleducazione ostentata e persino ammirata.

Se è vero che le manifestazioni pro-Rodotà sono partite dalla rete, la genitura del M5S che vi ha appeso il cappello è un falso, furbissimo tipo il golpettino. E pensare che si possa delegare ai social network e media il ruolo della politica, della battaglia, dell'attivismo è un errore che non porta a una nuova politica, ma solo a un nuovo modo di comunicarla. Il PD deve costruire una nuova classe dirigente e comunicare con gli elettori in ogni modo è centrale. Ma se Twitter è la nuova agorà contemporanea, non si pensi che si possa abdicare da quella vera, fatta di carne ossa e sudore. Quelli che il PD crede abbiano torto - da Berlusconi a Grillo - queste cose le sanno fin troppo bene. Il virtuale a un certo punto deve diventare reale. Non farsi etero-dirigere dall'élite degli internauti, i quali comunque mostrano un encomiabile ritorno dei giovani alla politica, di cui parlerò più in là. Ma la passione e l'onestà, le idee se non gli ideali senza capacità non servono davvero a molto. Di buone intenzioni è lastricata la strada del PD.

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