Periferia romana e cinema contemporaneo

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Pubblicato sul Mucchio di aprile

Sembra quasi automatico, un riflesso nobilmente pavloviano, ma se si parla di cinema e periferia, specie romana, non può non scattare l'associazione con Pier Paolo Pasolini, che dalla letteratura alla settima arte ha da sempre descritto con acre lirismo gli ultimi e gli emarginati a partire dall'esclusione dai centri cittadini. Osceni, ossia messi fuori dalla scena, come ciò che non si può raccontare, far vedere, e proprio per questi chiamati a diventare protagonisti di una storia, della storia del cinema italiano, che oltre al grande poeta ha raccontato i margini anche con altri nomi schiaccianti come il Rossellini neorealista, il Visconti di Bellissima, il Fellini d'avanguardia della Dolce vita e di Roma, fino a un misconosciuto gioiello di Anton Giulio Majano, La domenica della buona gente, quasi tutto in esterni e che abbraccia tutta la periferia romana.

Il cinema italiano contemporaneo, specie quello giovane, indipendente, prossimo all'underground, sta ricucendo dopo anni il legame con i margini della metropoli, sfruttando anche i nuovi processi di cittadinanza, le seconde generazioni di immigrati, la deriva delle abitazioni cittadine che spingono le classi anche medie fuori sempre più lontane dal centro: partendo dal documentario con cui molti giovani registi hanno cominciato a esprimere la loro personale idea di cinema, gli esordienti (ma non solo come vedremo dopo) hanno sentito il bisogno di riedificare la città in senso filmico, di andare a vedere le realtà che il cinema italiano borghese e corrivo degli ultimi 20 anni ha tenuto alla larga, confrontandosi con nuovi scenari come il possibile basso costo dato dai nuovi mezzi, l'immigrazione divenuta ormai fatto demografico, la crisi abitativa che ha spinto alla ripopolazione di zone dimenticate.

Il più vicino all'epica pasoliniana è Alì ha gli occhi azzurri, esordio nella finzione del documentarista Claudio Giovannesi che proprio da un suo documentario, Fratelli d'Italia, prende il protagonista Nader, arabo di padre ma italiano di nascita, che cerca di integrarsi nel tessuto socio-urbano di Ostia e della periferia litoranea della capitale superando lo scontro intimo tra la voglia di essere italiano e la vicinanza agli insegnamenti dei genitori. Ostia, come in Pasolini, è un rinnovato viavai di disperazioni, ma anche di speranze e desideri di “scalate” sociali, in cui i ruderi di una civiltà forse sfiorate si scontrano con i luoghi d'aggregazione sempre meno comunitari.

In quei luoghi si muove anche un film produttivamente opposto, praticamente mainstream, come Tutti i santi giorni di Paolo Virzì, che racconta l'amore precario di un portiere d'albergo coltissimo e un'affascinante e canterina noleggiatrice d'auto. La loro storia alla ricerca di un figlio e di stabilità si svolge alla Madonnetta, periferia sud-ovest di Roma, non lontana da Ostia ma più interna, non bagnata dal mare, una di quelle zone O che tra i 70 e gli anni 80 partirono come zone residenziali ma perirono di una crescita e di una speculazione incontrollate come Casal Palocco, Acilia, Axa e Infernetto, divise al loro interno tra villini benestanti e palazzoni e fermate d'autobus poco urbani, come divisa tra aspirazioni e realtà è la vita dei protagonisti.

Et in terra pax, film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, invece racchiude le sue dolenti storie a Corviale, luogo simbolo della periferia degradata, serpentone per riqualificare e che invece, assieme a Tor Bella Monaca, è diventato luogo da radere per ricostruire e speculare. Una speranza sulla via Portuense che è diventata a causa della politica un nuovo ghetto in cui relegare parte della società romana. Società che i due registi invece accolgono e raccontano quasi come Corviale fosse un mondo a parte che cerca con difficoltà a dialogare con il mondo: eloquente la sequenza in cui un uomo guarda al mondo fuori dal palazzo come a uno spettacolo al quale non è stato invitato. Un film che lascia intravedere uno dei modi più intelligenti possibili per raccontare una periferia non solo in senso culturale e industriale, sfiorando - coi dovuti distinguo - il senso di Scorsese in Mean Streets per la periferia newyorkese, in cui i bassifondi di New York diventavano i luoghi di un culto criminale e religioso senza precedenti, una terra diversa, una città nella città coi propri riti e non solo la fogna della metropoli.

Dall'altra parte della capitale, Francesco Dominedò ambienta il suo 5, storia di gangster e droga tra pulp e dilettantismo, al Quarticciolo, piena Roma est, tra Centocelle, Tor Sapienza e la via Prenestina in piena zona Alessandrino, luogo condiviso anche da Nessuno mi può giudicare di Bruno. Più che periferia, borgata popolare che accoglieva gli immigrati del sud e che lottò contro il fascismo, ma che ora, come quasi tutte le borgate deve lottare contro il degrado e che Dominedò mette in scena non sfuggendo agli stereotipi romaneschi con cui I Cesaroni, per esempio, raccontano la Garbatella. E che per un cinema che voglia davvero ereditare la riflessione pasoliniana sui luoghi e gli uomini dimenticati dal progresso, è un peccato praticamente mortale.

Periferia romana e cinema contemporaneo

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