No - Pablo Larraìn

Pubblicato il da Emanuele Rauco

No - Pablo Larraìn

Pubblicato sul Mucchio di Aprile

La libertà è allegria. Andatelo a raccontare a chi per 15 anni ha vissuto una tremenda dittatura militare. Eppure è l'idea che ha fatto crollare il regime di Pinochet. Questo è lo spunto da cui parte No, 4° film di Pablo Larraìn, uno dei migliori registi sudamericani contemporanei che sul ruolo della dittatura e del colonnello ha costruito una carriera e con questa nuova pellicola sembra voler chiudere un capitolo corposo.

Il protagonista è René, pubblicitario cileno di grido che viene coinvolto nel referendum che nel 1988 ha chiesto al popolo se volevano Augusto Pinochet per altri 8 anni: a chiedergli una mano il fronte del no, a cui ovviamente spetta il compito più difficile, perché oltre a dover convincere la popolazione a rigettare il modello del dittatore, deve impedirle di avere paura. Scritto dallo stesso Larraìn sulla base di una pièce di Antonio Skàrmeta, No è un bellissimo film storico, epico e politico che mette in scena la compattazione di un paese prima che di un'opposizione di 17 partiti e che diventa anche, se non soprattutto riflessione teorica e mediatica proprio attraverso gli elementi della realtà.

Aperto e chiuso dall'avvicinamento del Cile e della sua pubblicità al capitalismo americano (che finanziò e coprì Pinochet salvo poi voltargli le spalle), il film racconta di come è cambiato un paese, in maniera concreta e non velleitaria, attraverso la comunicazione e la demoniaca pubblicità, ma di come è cambiata anche la politica non solo sudamericana entrando nella contemporaneità fatta di analisi di messaggi, di sondaggi, di tastare il polso del popolo in modo scientifico, ma anche nel capire come parlargli. Più che descrivere il cammino della democrazia, Larraìn preferisce sondare il modo in cui la libertà nasce e cresce nell'epoca della caduta del muro e delle ideologie, mettendo in scena con acume le differenze tra un controllo dei media verticale (censure, imposizioni, manipolazione di immagini e parole) e uno orizzontale, che parla con lo spettatore anche in maniera ruffiana, che si apre a forme di linguaggio differenti, dalla diretta in primo piano al video clip, dalla creatività pubblicitaria alla parola sguardo negli occhi.

E per farlo, Larraìn non si limita a ricostruire o descrivere in chiave da film biografico ma s'immerge negli anni '80 cileni – anche nella fotografia di Sergio Armstrong che ne restituisce la grana – con forza e presa narrativa da documentarista di razza: infatti l'idea geniale, che è di per sé un gesto di forte riflessione mediatica e cinematografica, è lasciar parlare i veri filmati di propaganda del sì e del no in quei 15 minuti a testa che la dittatura concedeva alle opzioni in campo (riservando al sì tutto il resto): e ne viene fuori un momento straordinario di studio del linguaggio ed emozione filmica, con le differenti canzoni, parodie, discorsi, personalismi e populismi a raccontare un paese e idee di politica diverse che fanno riflettere anche i non cileni. Come non vedere per esempio, nelle canzoni dedicate a Pinochet, il culto musicale della personalità culminato con meno male che Silvio c'è anche in Italia? E questo confronto, tanto più serrato perché vero e quindi vivo (le pubblicità elettorali si trovano quasi tutte in rete e molte sono esposte anche nei musei del Cile), è anche un modo per analizzare mezzi di comunicazione che nascono e muoiono, che si prefigurano, come il botta e risposta tra video che pare anticipare i social media.

No fonde il grande racconto popolare con la semiotica, ma non si lascia mai andare in trionfalismi e vene hollywoodiane (nonostante un divo funzionale come Gael Garcìa Bernal), anzi è puntuale e ironico, racconta un mondo in rivoluzione con ironia – la democrazia come prodotto da reclamizzare – e coerenza, visto che per fare il suo film più bello e maturo Larraìn apre il suo stile rigoroso, doloroso e soffocante al pubblico, parlando, comunicando. Facendo però dire allo spettatore un convinto sì.

Voto: 9