L'avvocato dell'angelo

Pubblicato il da Emanuele Rauco

L'avvocato dell'angelo

Mi tocca fare l'avvocato del diavolo, o in questo caso dell'angelo. Franco Marini come candidato al Quirinale - non come possibile presidente - non piace nemmeno a me. Ma il modo in cui è stato trattato è indecente. A partire da Renzi fino all'ultimo dei detrattori via web, quello che comunque si vantano di non votare nemmeno più, hanno insultato Marini nemmeno fosse un criminale o un cialtrone qualunque, un impresentabile come un altro, che rappresenta apparati, nomenklature e caste varie. Vero, tra l'altro, ma non centra i veri problemi.

Marini oltre a essere un sindacalista, in un paese che in questo momento ha il problema del lavoro quasi più di ogni altro, segretario generale della CISL e ministro del lavoro nel '91/'92 (7° governo Andreotti), segretario del Partito Popolare e quindi uomo ideale per unire il Parlamento (che se non è quello che si chiede direttamente al presidente è però il suo risvolto, ossia arbitro della democrazia e quindi superpartes), presidente del Senato nel 2006 (2° governo Prodi). Il curriculum ce l'ha, la valenza istituzionale anche. Gli si rimprovera la mancanza d'esperienza internazionale. Che non aveva nemmeno Napolitano: per citare il Matteo nazionale, ve lo sareste immaginato 7 anni fa Napolitano a parlare con Obama o nella fattispecie con Bush? Eppure... E il problema chiaramente non è nemmeno l'età, se è vero che l'alternativa sarebbe stata Rodotà, più giovane di nemmeno due mesi, anche se più moderno nello spirito. Forse il peccato originale è nell'aver lavorato per affossare il governo Prodi. E' la politica bellezze, e ci si fa male, visto come lo stesso PD ha ironicamente ripiegato su Prodi. E' un democristiano? Come Andreotti la DC è immortale, quindi...

Marini sarebbe potuto essere un presidente della Repubblica perfetto, adeguatissimo al ruolo. Quello che gli italiani non avrebbero dovuto accettare non è Marini, ma Bersani, o meglio il metodo con cui ha cercato di far eleggere il presidente. Anziché deciderlo con altri partiti - non solo perché è Berlusconi, anche se l'avesse scelto con altri sarebbe stato un errore - e poi proporlo ai grandi elettori, avrebbe dovuto sceglierlo collegialmente coi suoi e poi proporlo. Qualcuno crede che la battaglia contro la vecchia politica si limiti ai nomi, che cambiando le persone cambia tutto, ma la vecchia politica è nei modi soprattutto: al di là di una discussione per ora futile sul cambio costituzionale per eleggere direttamente il presidente (e dei forse 50000, forse 50 delle Quirinarie), bisogna capire che il dialogo tra i partiti e la popolazione deve rifondarsi, soprattutto a sinistra che dice di averne più bisogno. A patto di capire che non è il giacobinismo di Internet o Twitter la via, non è il diffondere maliziosamente foto sciocche (per l'idea insensata che se si è avversari politici bisogna anche essere nemici e odiarsi), non è il distruggere ogni idea di riforme attraverso la radicalità senza costrutto. Non è la piazza con cui il cavaliere flirta arringando folle facendo sprezzanti battute. E' parlare con la gente, non alla gente, è sentirla non sobillarla, è coinvolgerla non sconvolgerla. La mia è retorica. Lo è anche chiudersi nella purezza di un'idea - e in un'idea di purezza - che non si è mai realizzata. Per fortuna, ché gli integralismi fanno male.

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