Inquadrature fisse e democrazia liceale

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Inquadrature fisse e democrazia liceale

Che sia stato tutto funereo, dalla morte del PD a quella della politica, dall'esaltazione della maleducazione all'incomprensione dei concetti costituzionale è sotto gli occhi di tutti. Quello che m'interessa, come sempre, è il fattore mediatico: ci hanno raccontato per anni che il pubblico specie quello giovane ha una soglia d'attenzione molto bassa, che va catturato con immagini frenetiche, accattivanti, assordanti. Che più di un secondo, un'inquadratura, non doveva durare. E poi invece si scopre che migliaia - non oso dire milioni - di persone sono rimaste attaccate al più elettrizzante thriller degli ultimi anni, l'elezione del presidente della Repubblica. Scandita dalla tv della Camera dei Deputati da un'unica inquadratura, lunga, infinita, spesso afona.

Un campo medio, medio/lungo, con un manipolo di persone - Laura Boldrini, Pietro Grasso in versione vacanziera, e un po' di vicepresidenti - a passarsi foglietti in un silenzio irreale che quando per sbaglio veniva interrotto (come dalla regina delle vajasse Alessandra Mussolini) sembrava un'esplosione assordante, e quando il brusio di fondo si spegneva assieme ai microfoni, si aveva la sensazione che qualcosa di folgorante stesse per accadere. E invece era semplicemente la discussione su una scheda nulla. Lunghissimi minuti di attesa, quindi di suspense, tensione pura: prima dall'alto dell'emiciclo, a sentire i nomi dei votanti come una litania, poi le 6 rese dei conti, a sentir scandire i nomi tenendo il conto, magari aiutandosi coi conteggiatori dei tg. Ritmici, ipnotici, e allo stesso tempo il conto alla rovescia prima della fine del mondo, o del PD. La capacità di riappassionarsi e di voler partecipare anche se solo indirettamente alla vita politica e parlamentare è un bel risultato, specie se porta a guardare inumane dirette in piano sequenza.

E questo è successo molto tra i giovani, diciamo i 20-30enni per intenderci, che hanno seguito, commentato (del ruolo dei social media parlerò in un altro post), si sono depressi e hanno protestato. Ma per cosa? Perché l'immagine che è uscita fuori è quella di una democrazia liceale, fatta di slogan gridati per voce altrui (chi sapeva chi era e che meriti avesse lo sconfitto Rodotà, reso coro calcistico con - immagino - sua aberrazione?), di testardaggini spacciate per proteste. L'immagine è quella di un popolo che gridava non a causa di un colpo di stato o di un golpettino furbo, parole di cui faticano ad afferrare il senso forse, ma di un risultato che non era il loro. Come se alle sconfitte dell'Italia si manifestasse per chiedere l'abolizione della squadra avversaria. Deputati che anziché lavorare in Parlamento erano fuori ad arringare la folla, a paventare occupazioni, a mancare di rispetto alla democrazia che invocano, a gridare anziché votare confondendo l'assemblea d'istituto, in cui quello che vinceva era quello che sapeva quando e come dire le parolacce, con il Parlamento. Non vanno bocciati, anzi, le loro spinte possono essere determinanti, ma rimandati a settembre sì.

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