Il califfo e il barbun

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Il califfo e il barbun

Sono morti a nemmeno un giorno di distanza, ma detto questo non avrebbero potuto sembrare più lontani. Sembrare, non essere. Enzo Jannacci e Franco Califano sono andati via da questo mondo nel weekend di Pasqua, celebrando la loro scomparsa lo stesso giorno. A MIlano si cantava Vengo anch'io no tu no ("Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale"), a Roma Tutto il resto è noia. Come due allelujah popolari.

Perché il cuore che lega i due poli geografici della canzone italiana è la loro popolanità, il loro viaggio nel cuore della città, di chi la vive, del dialetto, la ricerca di una forma musicale adatta a esprimerla. Jannacci partì dal jazz, arrivò alla canzonetta e poi si affiancò alla grande scuola milanese dei Fo e dei Gaber, del teatro canzone, della poesia e della cultura che non poteva fare a meno di abbracciare la musica pop (e infatti, spesso apparve a Sanremo). Califano invece è sempre stato alfiere della canzone romanesca, del Puff (come il Derby lo era per Jannacci), del crooner de borgata, tra donne, sesso e desolazione esistenziale; il viaggio lo ha fatto chi, negli anni, ne ha scoperto le doti oltre il dialetto, capendo come l'ironia greve era la faccia della medaglia di chi scrisse Minuetto.

Le differenze non mancano, è chiaro, la politica, il background musicale e umano, le fortune e sfortune, lo sguardo sociale dell'uno e intimista dell'altro. Il calcio, anche. E ognuno può decidere, come per molte delle questioni che riguardano la contrapposizione sud-nord, chi preferire. Ma non si può negare che l'assenza, la malattia, lo sguardo di chi cercava barboni e alcolizzati e chi sesso a buon mercato in mancanza dell'amore, abbiano legato due estremi e resi più vicini di quanto non si creda.

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