I complotti che illuminano la tv

Pubblicato il da Emanuele Rauco

I complotti che illuminano la tv

Pubblicato su The Cinema Show di aprile

Zero Hour, Cult e The Following: le serie che svelano il lato ridicolo delle cospirazioni

La teoria del complotto è viva e lotta insieme a noi, prosegue lungo la storia e sfrutta i grandi eventi storici, alimentandosi della presunta verità del web, nuova forma – virtuale ma non troppo – di ipse dixit. Dopo cinema e documentari, arriva anche la tv: 24, The Event, Homeland, declinano più o meno consapevolmente e con più o meno forza i temi delle cospirazioni. Mai però come quest'anno, complotti e affini hanno intasato l'etere americano con tre serie di diseguale fattura e successo ma con questo forte filo rosso: The Following, Cult e Zero Hour.

La migliore e quella di maggior successo è The Following, creata dal Kevin Williamson di Scream, Dawson's Creek e The Vampire Diaries per Fox e trasmessa contemporaneamente sia da Premium che da Sky:. Alla base, un classico what if: cosa accadrebbe se i 300 serial killer stimati dalla polizia sul suolo USA fossero tutti uniti in una rete che usa internet e twitter, con un capo che dietro le sbarre mena le danze? Trama invitante che gli autori non snodano attraverso indagini poliziesche come Criminal Minds o finezze psicologiche sulla scia di Harris/Mann/Demme, ma affondando i piedi nel sangue, come uno slasher zeppo di colpi di scena, racconto popolare sfrenato che non s'interessa della verosimiglianza ma parla direttamente allo spettatore con la tensione e la suspense pure. La grana forse è grossa, ma funziona, il duetto Kevin Bacon/James Purefoy regge e l'idea che tutti possono essere sospettabili è quanto di più “narrativo” possa esistere.

Gli altri due sembrano non reggere l'urto seppur dotati di meno ambizioni: Cult, creato da Rockne S. O'Bannon per The CW è una messa in abisso della tv: tratta infatti di una serie in cui s'indaga sui rapimenti di una misteriosa setta e che nonostante i bassi ascolti ha un nutrito gruppo di fan ossessionati, proprio come fossero devoti a un culto. Qui Matthew Davis deve capire cosa c'è dietro la sparizione del fratello e cosa la lega al fandom “indemoniato”. Zero Hour invece – firmato da Paul Scheuring, Lorenzo di Bonaventura e Dan McDermott per ABC – parla di Hank Galliston, editore di una rivista specializzata nello sfatare miti e rivelare cospirazioni. Che viene coinvolto in una delle macchinazioni più avvincenti della storia umana, un mistero che si estende per tutto il mondo e che coivolge diverse epoche. Da una parte, una revisione occulta delle mitologie delle sette e del rapporto funereo tra arte e vita; dall'altra invece, la summa di secoli di complottismo, che spazzano via Dan Brown in una rincorsa a chi la spara più grossa senza mai mostrare un cedimento di fede.

La linea che separa i 3 show dalla spazzatura è sottile, ci sono però alcuni legami che tengono insieme le serie: innanzitutto l'uso dei mezzi di comunicazione e l'idea modernissima che il male non solo si diffonda attraverso i media contemporanei ma che ne abbia bisogno per definirsi, con social media o il fandom a fare da catalizzatori, e non a caso chi fallisce in partenza (“uno scettico moderno diventa un novello Giacobbo”, per dirla con Serialmente) è Zero Hour, tutto piantato nell'antichità. Ma anche, se non soprattutto, perché volontariamente o meno, le tre serie mettono in scena il lato ridicolo e stupido di ogni atteggiamento dietrologo, descrivendo intrecci e personaggi insensati con sottile ironia, ma anche voglia di restituire a queste trame il semplice valore di divertissement senza pretese, irridendo la seriosità ambigua di programmi come Mistero o il nuovo corso di History Channel. E forse è un pregio non da poco.

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