Birds without Names (Kanojo Ga Sono Na Wo Shiranai Toritachi, Kazuya Shiraishi) #RomaFF12

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Birds without Names (Kanojo Ga Sono Na Wo Shiranai Toritachi, Kazuya Shiraishi) #RomaFF12

L’insistenza con cui il regista Kazuya Shiraishi racconta i rapporti e i contatti tra i suoi personaggi come spiazzanti o respingenti dice più di qualcosa su come i giapponesi amino (o vogliano. Forse possano) rappresentare il sesso al cinema. Non è un film erotico Birds without Names, ma racconta attraverso l’eros anche solo sotteso gli esseri umani e i loro fantasmi. 

 

Il film si basa su un triangolo: tra un uomo brutto e molto poco curato, ma gentile e innamorato, una donna che sto con lui solo per riconoscenza e un letto in cui dormire e l’ex di lei, la cui storia è finita da 8 anni, anche se lei ci pensa di continuo. Quando la donna incontra un uomo che le ricorda il vecchio amore, la sua sicurezza e la sua lucidità cominceranno a crollare. Mahokaru Numata adatta il suo romanzo in un dramma che vira gradualmente al thriller in cui le suggestioni di Attrazione fatale - con sessi ribaltati - vengono raccontate con tocchi da pinku eiga, ovvero il softcore giapponese, spesso duro e violento.

 

 

E questa durezza, lontanissima dalla patina elegante con cui spesso il cinema europeo racconta l’erotismo, diventa in Birds without Names il modo con cui raccontare il sesso, l’attrazione, il contatto fisico e la seduzione come traccia concreta di un ricordo, lascito dei corpi passati, l’eredità forse lasciataci da quegli spettri che sono le storie d’amore (parafrasando David Foster Wallace). Shiraishi calca la mano sulle caratterizzazioni, non ha paura di portare al pubblico personaggi insopportabili e rapporti improbabili perché poi sa scavare, sa coglierne dei dettagli affascinanti anche nella grevità che li circonda. 

 

Il principale limite del film è la narrazione di Shiraishi che cambia strada e ritmo talmente tante volte che si perde, si dilunga, si sfilaccia e quindi fatica a reggere per le 2 ore e poco più. Ma forse è solo una questione culturale, una diversità di approccio dei registi (e spettatori) nipponici rispetto allo sguardo, al racconto visto dall’Europa. Perché superate le falle, Birds without Names lascia in chi guarda un alone, una scia, una sensazione quasi percepibile che non è per nulla usuale.

 

Voto: ✶✶½

Commenta il post