Leatherface (Alexandre Bustillo e Julien Maury, 2017)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Leatherface (Alexandre Bustillo e Julien Maury, 2017)

Più che al da poco scomparso Tobe Hooper, Leatherface è un omaggio al cinema e alla poetica di Rob Zombie, colui che più di ogni altro è riuscito a portare il senso dei film del regista di Non aprite quella porta ai nostri giorni. Di quell'opera, il film di Bustillo e Maury ne è un prequel che racconta la vicenda familiare, la reclusione in manicomio e la fuga del futuro "faccia di cuoio". E comincia subito in medias res, citando direttamente la cena del primo film. 

Ma proprio da quella scena si capisce che il riferimento dei registi sia Zombie: la messinscena effettata, i primissimi piani in grandangolo, l'affetto per la serie C così ricercata nell'immagine e nel gore piuttosto generoso, nelle urla e nella violenza gratuita e scioccante eppure funzionale al percorso. Anche questo Leatherface, come La casa del diavolo o La casa dei 1000 corpi, è rilettura moderna ma che sceglie di giocare basso, di puntare al disgusto (laddove Hooper puntava alla sensazione del disgusto, generandolo nello spettatore con lo stile ma non mostrandolo mai), di usare il coté sociale e ideologico dell'originale - qui ampliato alle istituzioni mediche, come negli Halloween di Zombie, appunto - come dato di fatto per puntare sulla morbosità, sul sesso, sul nichilismo visivo. Scelte discutibile, ma scelte convinte, personali, che segnano il film e il suo fascino. 

Voto: ✶✶

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