Per il cinema davvero indipendente: Sassi nello stagno e Dalle parti di Astrid

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Per il cinema davvero indipendente: Sassi nello stagno e Dalle parti di Astrid

Al Cinema Flavio di Roma, ormai quasi due mesi fa, ho potuto assistere a una serata che faceva parte di una rassegna in nome del cinema indipendente, quello realmente tale, fatto in autonomia e "solitudine", anche a costo di pagare la povertà estrema del mezzo pur di vedere nascere le proprie idee se non si hanno altre strade. Non credo sia l'unico cinema possibile, come credono alcuni, o il migliore. Ma è un cinema che esiste, che è vivo e va scoperto, oltre che difeso, limiti e difetti - quando ce ne sono - inclusi. 

Qui ho visto due film, molto diversi e differentemente interessanti. Il primo è Sassi nello stagno, documentario di Luca Gorreri dedicato al festival di Salsomaggiore e alla sua storia breve ma intensa e significativa a cavallo tra gli anni '80 e i '90: Gorreri intervista alcuni tra gli organizzatori e i curatori del festival - che dagli inizi a Monticelli è diventato un importante avamposto culturale a Salsomaggiore per poi tramontare con sogni di gloria e delusioni - come Adriano Aprà, Enrico Ghezzi e Patrizia Pistagnesi per raccontare non solo la storia di un progetto d'avanguardia, ma soprattutto per farne lo specchio dell'evoluzione della politica italiana, del modo in cui le istituzioni lavorano contro certi tipi di progetti. E se il contenuto è forte e andrebbe conosciuto meglio da operatori e spettatori, la forma sembra voler rileggere gli esperimenti visivi, video filmici o elettronici, che trovarono casa e ascolto proprio a Salsomaggiore, facendo di Sassi nello stagno un lavoro di ricerca, riscoperta e il tentativo di mostrare altri modi di fare documentario. 

Per il cinema davvero indipendente: Sassi nello stagno e Dalle parti di Astrid

Il secondo film invece è Dalle parti di Astrid, un film sensuale (in entrambi i significati possibili) di Federico Mattioni che poi ho anche presentato al cinema Trevi, qualche giorno dopo (se siete interessati alla discussione prima del film, ecco il link). Racconta il viaggio di una ragazza, in rotta con la famiglia e forse anche con sé stessa, verso la possibilità di un futuro migliore: le forme di questo futuro, le suggestioni, la concretezza di esso prenderanno minuto dopo minuto una forma sempre meno prevedibile e realistica. Il viaggio nella propria intimità è anche, sempre, un viaggio nelle dimensioni possibili e Mattioni sceglie di rendere il film sempre più onirico - ma non astratto, anzi, concreto nel valore che dà ai volti, ai corpi, ai suoni -, sempre più soprannaturale scegliendo uno stile che punti alla sollecitazione dei sensi per sollecitare il pensiero. È un percorso arduo, ma mai ostico perché la vicinanza della regia con la sua attrice - la sorprendente Nika Perrone: guardatela se vi capita nei 10 minuti di piano sequenza in cui mangia un panino a metà film - permette a Mattioni di comunicare con il pubblico, di farlo partecipare anche quando il film si concentra solo sulle sensazioni visive e sonore. Girato in pochissimi giorni e praticamente senza budget: ed è tutt'altro che un alibi. Anzi, è un punto d'onore, vista la riuscita finale.

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