Barriere (Fences, 2016, Denzel Washington)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Barriere (Fences, 2016, Denzel Washington)

È più sottile di quello che ci si immaginerebbe Barriere, soprattutto per ciò che dice della questione razziale: il film di Washington (da una pièce di August Wilson) che racconta una famiglia nera negli anni '50, divisa tra una serena vita proletaria, il dispotismo del capo-famiglia e i sogni di emancipazione del figlio, utilizza la condizione afro-americana come filtro per raccontare tutte le culture minoritarie degli Stati Uniti e, al netto del senno del poi nei risvolti storici, dice una cosa non banale né scontata sulla questione: il cambiamento, oltre a chiederlo e pretenderlo, bisogna essere pronti in prima persona a effettuarlo. Così la sceneggiatura tratteggia con le giuste sfumature il personaggio di Troy, che lotta affinché l'azienda gli conceda di guidare il camion (sarebbe il primo nero a farlo) ma non concede al figlio le stesse opportunità nello sport. 

Le responsabilità individuali come prima causa dei fallimenti sociali: è l'idea forte del dramma che Washington - che conosce il personaggio alla perfezione avendolo portato a teatro per anni - rende con perizia, rispetto, quasi con timore reverenziale. La regia è fieramente teatrale nella messinscena, nel ricorrere drammatico di certi elementi scenici e visivi, nelle metafore reiterate e un po' pesanti (il baseball) a insistere la natura puramente USA del discorso. È un peccato quindi che il film declini sul più bello, quando la componente emotiva si libera: qui anziché sposare il sostrato socio-politico e quello comunicativo, il secondo si mangia il primo e Barriere diventa un melodramma familiare poco convinto, poco appassionante. Che si fa ammirare soprattutto per il gioco degli interpreti (Viola Davis, premio Oscar, batte Washington), ma resta inerte e poco incisivo. 

Voto: ✶✶

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