I miei giorni più belli (Trois souvenirs de ma jeunesse, Arnaud Desplechin, 2015)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

I miei giorni più belli (Trois souvenirs de ma jeunesse, Arnaud Desplechin, 2015)

Paul Dédalus sta al cinema di Desplechin come Antoine Doinel sta a quello di Truffaut: un alter ego ma soprattutto il filo capace di legare il passato dell'uomo al presente del cineasta, il fiume carsico dentro una filmografia. Già protagonista di Comment je me suis disputé...ma vie sexuelle (1996) e apparso da adolescente in Racconto di Natale (2008), Dédalus è di nuovo al centro di un film in cui - antropologo di ritorno dal Tagikistan - è fermato alla dogana e qui, per spiegare uno strano caso di omonimia, si trova a ricordare tre ricordi di giovinezza: al centro c'è Esther, l'amore che ha formato una vista. 

Dédalus è un cognome significativo: perché rimanda al protagonista di Ritratto dell'artista da giovane di Joyce, il quale sarà anche in Ulisse (e quindi un alter ego che funge da filo rosso); e perché deriva da Dedalo, l'architetto del labirinto del Minotauro. La memoria come saga romanzesca in cui il limite tra vita e creazione  è sottilissimo e riscritto di volta in volta e come labirinto inestricabile in cui a ogni svolta corrisponde un altro ricordo, un'altra sensazione. I miei giorni più belli è un film in cui al gusto del ricordo si sovrappone quello del racconto, in cui la complessità e la densità dei racconti e dei loro piani di azioni viene amalgamata tramite la limpidezza dello stile, del tono innamorato con cui Desplechin si pone dietro la macchina da presa: per lui ogni scena è un problema e lo stile lo risolve, è la regia che trova la soluzione fondendo la dolcezza e la follia, guardando i problemi terreni con fortissima umanità ma conoscendo, da artista innamorato, il modo per elevarsene. Basterebbe guardare il finale splendido, suggellato da un'ultima inquadratura che è la più bella citazione di I 400 colpi che io ricordi. 

Voto: ✶✶✶

Commenta il post