Lion (Garth Davis, 2016)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Lion (Garth Davis, 2016)

Un mantra secondo molti è che al cinema l'emozione è la prima cosa. Forse, se sei uno spettatore. Se sei un cineasta l'emozione dovrebbe essere l'effetto di ciò che racconti e di come lo racconti. L'effetto, non la causa. In Lion di Garth Davis, fresco nominato ai Golden Globes per il miglior film, l'emozione è l'unica cosa che interessa, la lacrima è l'unico obiettivo a cui sacrificare storia, racconto e temi: una storia vera in cui un bambino indiano, persosi nei tentacoli di Calcutta finisce adottato in Tasmania e dopo 25 cerca disperatamente di ritrovare la famiglia perduta. 

Davis sembra assumersi il compito di suscitare emozione attraverso ogni scena, quasi ogni immagine, cercando di "effettare" il più possibile lo stile del film: immagini patinate che estetizzano la violenza e l'orrore, movimenti di macchina enfatici, snodi narrativi implausibili, primi piani sulle reazioni degli attori, musiche che commentano retoricamente ogni sequenza. Stando al meccanismo emotivo e al rapporto con gli spettatori, Lion non è molto diverso da un "cinepanettone" con le lacrime al posto delle risate: come in quel tipo di film comici, conta solo che alla fine di ogni scena il pubblico abbia una precisa reazione. Il resto è superfluo, è supporto. Una narrazione ben costruita, un percorso narrativo e filmico che non risulti pedante e ripetitivo, in cui una storia vera diventi del tutto artificiosa per colpa delle immagini con cui è messa in scena. Per Davis e soci il film deve "funzionare", ovvero deve far piangere, per la maggior parte delle 2 ore se possibile. Non è difficile, se la lacrima, il pianto e il dolore sono l'unica cosa che viene detta, l'unico mezzo di comunicazione che si conosce. 

Voto: ✶½

Commenta il post