Il cliente (Forushande, Asghar Farhadi, 2016)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Il cliente (Forushande, Asghar Farhadi, 2016)

(pubblicata sul Mucchio di novembre)

Asghar Farhadi è qualcosa di più del miglior regista iraniano contemporaneo. E’ diventato un marchio, uno stile, probabilmente un aggettivo. E’ diventato il faro che i cineasti in Iran cercano di seguire dopo l’abbandono (geografico e politico prima che fisico) di Kiarostami e Makhmalbaf, generando un filone di film alla sua maniera. Ma questo successo, globale e relativamente popolare, è dovuto soprattutto - fatto salvo l’evidente talento - alla profonda intelligenza con cui reinventa il cinema di genere, adattando il senso del suspense e la costruzione da thriller (un segreto e/o un mistero che si svela poco a poco di fronte allo spettatore e ai personaggi) a drammi sociali, che raccontano la nuova classe media, una realtà che la nuova onda del cinema iraniano degli anni ’70 ancora non conosceva perché quasi non esisteva. Il neorealismo ha preso la strada di un naturalismo quasi parossistico. 

Una strada che in Il cliente, il suo nuovo film (premiato a Cannes con i meritati riconoscimenti per la sceneggiatura e il protagonista Shahab Hosseini) con cui torna in patria dopo il “francese” Il passato, si fa ancora più cupa e ossessiva: qui i protagonisti sono una coppia di attori dilettanti (lui è anche insegnante) che durante la rappresentazione di Morte di un commesso viaggiatore devono trasferirsi in un nuovo appartamento. Ma gli strascichi della vecchia coinquilina si fanno sentire e quando la donna sarà aggredita in casa, il marito farà di tutto per capire cosa è successo e per trovare un colpevole su cui vendicarsi.  

Scritto dal solo Farhadi ispirandosi alla lontana all’opera teatrale di Arthur Miller, Il cliente è un dramma che, come Una separazione e About Elly, si fonda su una ricognizione sottile e acuta dei costumi morali e delle abitudini sociali della borghesia iraniana che alle questioni religiose somma quelle culturali e di classe. Il centro del problema sembra essere infatti qualcosa di esistenzialista che una civiltà contraddittoria porta a espandersi all’infinito: la reazione a catena del film parte infatti da semplici mancanze, come la capacità comunicativa e ancora peggio l’anaffettività che sembra aver contagiato interi segmenti della società contemporanea (non solo iraniana), ma che proprio per la struttura del potere sessuale in Iran e per il peso bigotto di tradizioni passate diventano enormi scogli da cui far scaturire tragedie umane piccole eppure significative. 

La sfida per il regista è quella di rendere coinvolgente una storia locale, lavorando sulle radici per tramutarla in universale, per affrontare non tanto il tema del pregiudizio o del maschilismo quanto quello più affilato dello scontro tra sincerità e ipocrisia in una società in cui Dio è potere e come questo assurdo sia in realtà presente anche nel mondo occidentale: Farhadi vince questa sfida grazie alla naturalezza con cui ritrae i personaggi e alla padronanza della tensione narrativa. Stavolta inoltre ha dalla sua un appiglio narrativo e una cornice teorica molto più confortevoli rispetto ai suoi film precedenti: il teatro, una pièce di partenza i cui personaggi ed eventi sono lo specchio di ciò che succede ai loro attori. Ma le risultanze di questa cornice sono ancora più oscure: se i film precedenti avevano un impianto più corale e un incedere meno implacabile - seppure costruiti su crescendo magistrali -, Il cliente invece si concentra passo dopo passo dentro l'ossessione di conoscenza, giustizia e vendetta del suo protagonista e di lui soltanto, eliminando fronzoli e sotto-trame e arrivando a un finale tesissimo con cui il regista mette il sigillo a un'idea di cinema che riscriva i meccanismi e le dinamiche del mystery, tanto nella narrazione quanto nella costruzione filmica (montaggio impeccabile di Hayedeh Safiyari). E' maestro del dettaglio Farhadi e non ha bisogno di polemiche barricate. Il suo è un cinema che ci migliora come spettatori.

Voto: ✶✶✶

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