Sing Street (John Carney, 2016)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Sing Street (John Carney, 2016)

In pochi, pochissimi oggi sanno raccontare e suggerire emotivamente l'inizio di una storia come Carney. E di farlo attraverso la musica, usandola in modo ricco e sfumato, come elemento stilistico e non solo narrativo: Sing Street, ambientato nella Dublino degli anni '80, utilizza il pop-rock tra new romantics, new wave e altre novità per descrivere il rapporto tra Conor, zimbello sfigato e ultimo arrivato a scuola, e Raphina, ragazza bellissima e popolare, ma con i suoi lati oscuri. E oltre a canzoni originali (il ragazzo vuole formare una band), ci sono classici di Motorhead, Duran Duran, The Cure.

Carney realizza però un omaggio rétro molto più sincero e interessante della media di simili operazioni nostalgiche: perché usa la musica per fare cinema e racconto, è un tassello stilistico e non un mero strumento emotivo. Oltre a descrivere con le canzoni il percorso dei vari personaggi, Sing Street ha le fondamenta del musical - pur non essendolo di fatto - perché i brani musicali dettano il ritmo, segnano lo stile, sfumano toni e passaggi, spostano la costruzione visiva dal realismo britannico del cinema di quel decennio all'onirismo allegorico del finale (che ribadisce il senso realistico attraverso il filtro della visione fiabesca). L'epica del sogno e della realizzazione perde ogni patina ideologica e diventa una lotta per sopravvivere al mondo, come se il cinema di John Hughes avesse trovato casa presso un regista capace di cogliere lo spirito dei luoghi urbani, dei sentimenti e dei tempi dentro una canzone (impossibile non emozionarsi con To Find You). Un inno alla vita, all'amore e ovviamente alla musica che è anche un atto di sottile ironia critica verso la musica di quel periodo, verso le forme d'ispirazione e di ripetizione della scena pop. Insomma, dalle parti del gioiello.

Voto★★

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