A Lullaby to the Sorrowful Mystery (Hele sa hiwagang hapis, Lav Diaz, 2016) #TFF34

Pubblicato il da Emanuele Rauco

A Lullaby to the Sorrowful Mystery (Hele sa hiwagang hapis, Lav Diaz, 2016) #TFF34

La pasta di cui è fatto Lav Diaz è quella dei grandi cantori epici da Omero a Shakespeare fino a Hugo. Se The Woman Who Left poteva essere accostabile al Conte di Montecristo, A Lullaby to the Sorrowful Mystery ha la complessità dei Miserabili con i quali condivide per esempio sfondo e struttura primaria: durante la rivoluzione filippina che l'impero spagnolo sta reprimendo nel sangue, un gruppo di personaggi si avventura nella giungla per fuggire dalla persecuzione, per trovare il corpo del capo della rivoluzione da poco ucciso, per vendicarsi dei traditori e ravvivare le sorti della rivoluzione.

È un clamoroso romanzo storico quindi, ma ovviamente quella narrativa - per quanto articolata e ricca e densa - è solo la superficie di un film di Diaz: A Lullaby to the Sorrowful Mystery vuole trasportare la Storia fuori dal flusso del tempo, dalla storicizzazione, per portarla nel presente sia con l'allegoria con il presente, i riferimenti alla corruzione dell'attuale governo filippino, l'anacronismo dei costumi, sia soprattutto con lo stile, con la durata delle inquadrature, delle sequenze e dell'interno film che portano lo spettatore a rielaborare il proprio rapporto con gli eventi, a viverli come un presente in corso di definizione. E in questo senso, il lavoro spirituale del film - e del cinema di Diaz - comprende perfettamente i vari piani della creazione: gli encantos, i demoni, gli spiriti e i fantasmi popolano e segnano la narrazione mentre Diaz assurge a una potenza figurativa quasi divina lavorando con le materie fondamentali della vita oltre al tempo come l'acqua (presente ovunque, anche nei suoni, nell'umidità della giungla, nelle piante e nel fango) e la luce che nel bianco e nero miracoloso di Larry Manda assume consistenza corporea e fisica.

Se la Storia è un'apparizione di fantasmi e spiriti, la politica è il modo con cui ci rapportiamo a quei fantasmi: probabilmente il film è il più esplicito e meno "misterico" dei film di Diaz, quello con più elementi esplicativi, ma è anche uno dei più ambiziosi. Attraverso un cinema di potenza impressionante (la madre che cerca i figli strisciando nel fango, la confessione di Simoun mentre la zattera lo trascina risorgente a largo), epico, desolato ed elegiaco a un tempo, Diaz realizza il "grande romanzo filippino", catturando e dipingendo il cuore di una nazione, il suo profondo senso estetico e umano, naturale e culturale, simbolico e concreto. Un'impresa da maestro.

Voto: ★★

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