Ma Loute (Bruno Dumont, 2016)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Ma Loute (Bruno Dumont, 2016)

Scegliere se sia meglio il Dumont precedente o posteriore alla svolta farsesca impressa con la miniserie P'tit Quinquin è mera questione di gusti. Capire come la sua idea di cinema si possa evolvere è invece attività più interessante. Per questo credo che Ma loute sia un'involuzione: una ricca famiglia in vacanza, il rapporto ambivalente con i pescatori della cittadina (la figlia ricca si innamora del povero ragazzo che dà il titolo al film), una serie di sparizioni misteriose su cui indaga un poliziotto obeso. E sotto tutta una serie di obiettivi satirici e intenzioni di surreale nonsense. 

A Dumont evidentemente piace il pastiche e qui assembla il "cinéma de papa" fatto di costumi sfarzosi e immagini bellissime e patinate, luoghi vividi che ricordano il cinema degli anni '30, lo humour dei Monty Python e il disgusto di stampo appunto surrealista. Il problema è che il pastiche è condotto talmente sopra le righe, di continuo, senza sosta da diventare meccanico, ripetitivo, stanco nella forma e nello stile. Tranne qualche buona gag con le forze dell'ordine (e l'invenzione poetica del ciccione che vola), il film è stanco nella forma, nello stile e soprattutto nel progetto di base: facili bersagli colpiti da una satira ancora più facile e didascalica, con attori che sproloquiano, smorfieggiano, balbettano o grammelottano senza ritmo e controllo (per non dire del doppiaggio). E così il furore "iconoclasta" della miniserie precedente si spegne in un film slabbrato e inerte, come la borghesia che vorrebbe bacchettare.

Voto: ★½

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