Lo and Behold (Werner Herzog, 2016)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Lo and Behold (Werner Herzog, 2016)

L'ambiguità del reale ha sempre interessato Herzog e lo interessa anche in un film tutto sommato classico per impostazione e taglio: Lo and Behold (anche il titolo gioca con l'ambiguità: 'lo' è la versione tronca di 'login' nella prima comunicazione via internet fallita per un crash) racconta internet, la sua storia e le sue evoluzioni attraverso interviste, organizzate in blocchi tematici, con la sua voce che intervista fuori campo e le risposte riprese quasi frontalmente. Di raccordo però non mancano le immagini suggestive, come quella ormai iconica dei monaci buddhisti che scrollano il loro smartphone. 

L'ambiguità fertile e salutare nel film non sta nella forma, non sta nella visionaria genialità di L'ignoto spazio profondo quando un ghiacciaio diventava un pianeta alieno: sta tutta nello sguardo di Herzog sulla materia, nell'approccio - anche qui - di un alieno che sta scoprendo un mondo. Herzog è come uno scettico o un ateo che entra in un tempio e cerca di capire come funziona una religione, qual è la divinità in ballo, quale la mitologia che la regola. Ma oltre alla sacralità della connessione, che ormai permea ogni cosa come un dio panico (dall'internet delle cose all'internet of me), Lo and Behold mostra anche il fanatismo dietro a questo dio moderno: tanto l'abuso quanto l'assenza sono facce della stessa medaglia fondamentalista e anche quando racconta la storia di una famiglia distrutta dal suicidio della figlia a causa di cyberbullismo Herzog non dimentica di far trasparire il giustizialismo e l'estremismo anti-informatico della famiglia. Come se di fronte all'esistenza di una vera divinità - che dà e toglie come ogni divinità - ogni essere umano perde le proprie coordinate, come se gli unici sacerdoti possibili siano gli scienziati. Ulteriore affascinante ambiguo paradosso. 

Voto: ★★½

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