Il clan (Pablo Trapero, 2015)

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Il clan (Pablo Trapero, 2015)

Dentro e fuori, avvicinarsi e allontanarsi: una "doppia focale" (come la definisce Niola) quella che usa Trapero in Il clan. Entrare in sintonia con l'ambiente malefico che sta raccontando astraendosene, cercando la lucidità per tracciare un affresco e non un solo ritratto familiare. E questo doppio movimento narrativo (che racconta la vera storia della famiglia Puccio che tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80 in Argentina organizzarono rapimenti e omicidi a fini d'estorsione approfittando della vicinanza del patriarca con i servizi segreti e il caos politico) è anche stilistico visto che Trapero riprende spesso il bravissimo protagonista Guillermo Francella e la sua famiglia attraverso lente carrellate in avanti o indietro. 

Ed è un'ambivalenza che diventa tematica: l'atmosfera quotidiana e comune della famiglia modello e la violenza sotterranea che ne mina, letteralmente, le fondamenta, il lato politico che diventa metaforico e la concretezza di vite vere ed eventi storici effettivi. C'è coerenza quindi in Il clan e c'è anche mestiere nel confezionare un film di qualità che appassioni il grande pubblico: quello di cui si sente un po' la mancanza è l'inventiva, la forza cinematografica capace di scavare la superficie di un canonico dramma di gangster in epoca passata, con tanto di montaggio disinvolto su musiche famose e dettagli d'epoca per la credibilità della ricostruzione. E' il lato familiare a colpire di più, a dare scosse perturbanti anche grazie al lavoro degli attori, rendendo la regia più interessante e la tensione più cupa. Il resto è maniera scorsesiana di buona scuola, ma che spesso è stata superata anche dalla tv. 

Voto: ★★ 

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