Spettatori in serie

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Spettatori in serie

A furia di dire che "le serie tv sono meglio di certo cinema" ci credono ormai in tanti. E' un luogo comune dilagante nato da un malinteso culturale: ovvero sono due mezzi di espressione differenti che usano due linguaggi sottilmente differenti seppur partendo dalla stessa lingua (immagini sonore). Un mese fa circa, Emiliano Morreale su La repubblica ha scritto un condivisibile articolo su come il successo delle serie tv abbia introdotto la dittatura della narrazione. E' un articolo molto interessante soprattutto perché pone in evidenza il ruolo della critica nel processo per cui ogni forma di ricerca estetica fuori dalle linee dominanti (il racconto, il colpo di scena, l'attesa per la puntata successiva, l'estenuazione della linea narrativa) sia da rigettare, meglio da ghettizzare: "l'egemonia del che palle". 

Forse perché quello della serialità televisiva è l'unico campo in cui la critica ha ancora un'influenza, può spostare interesse, può creare una dinamica fruitiva (il rischio dice Morreale è che "siccome esistono opere artistiche di altissimo livello coronate da un successo globale, il compito della critica sia correre in soccorso del vincente e ignorare chi non persegue questo scopo"). Ma allora si costringe a una battaglia di retroguardia in cui tralascia il compito di capire, riflettere, guidare alla scoperta e alla novità per assumersi l'unico onere del consiglio per gli acquisti, di passacarte dell'industria, la cui conseguenza è la confusione dei linguaggi, la ritirata dell'immagine dall'interesse dello spettatore. Se la "narrazione" diventa imperativo della comunicazione politica e le serie tv sono l'avanguardia della comunicazione audiovisiva, il cinema si ritrova privo del suo specifico: il dovere di intrattenere serialmente porta l'uso dell'immagine a smarrire il ruolo centrale nel cinema. L'immagine smette di creare senso, di comunicare (il tipo di inquadratura, la sua durata, il piano e il campo, i movimenti, la messa in quadro e infine il montaggio sono tutti elementi che assumono un significato), di trasmettere idee autonome diventando il mero veicolo di un racconto, di un'idea più o meno raffinata di intrattenimento chiuso in sé stesso. E l'idea di cinema - per cui ci sarebbe più cinema in certe serie che eccetera eccetera - si riduce a patina, abito tirato a lucido, fotografia ed espedienti tecnici più o meno scintillanti. Quando invece, al limite, è solo la copertina del romanzo. 

Nessuna rivendicazione di superiorità gerarchica, ché grazie al cielo è un concetto che il post-moderno ha seppellito ("che come lettori e spettatori ci troviamo contaminati tra alto e basso, che siamo nati pop, è un dato di fatto, una constatazione di partenza; non un traguardo da rivendicare", chiosa Morreale). Ma la voglia di chiarire alcuni fraintendimenti critici e culturali i cui risvolti nel breve e medio periodo mi paiono non trascurabili. E un po' preoccupanti.

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