Eastwood: politico o cineasta?

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Eastwood: politico o cineasta?

E così nel 2016 ci siamo ricordati che Clint Eastwood è di destra, che è un fervente repubblicano e che per questo voterà Trump. Forse ci eravamo dimenticati che parlò a una sedia vuota per bacchettare Obama. Lui se ne vergogna come forse si vergognerà (ma perché poi?) di aver detto che preferisce Trump a Clinton, con argomenti infantili come un discorso leghista. Ma non è questo il punto: da dove deriva questo stupore, questa perplessità nei confronti di una scelta legittima e prevedibile? Perché fa impressione sentirsi dire non solo che Eastwood è di destra, ma che appoggia un candidato che imbarazza persino il suo partito (e tra i concorrenti alle primarie era paradossalmente il meno peggio)? E soprattutto: perché ci sorprende e fa male saperlo di Eastwood e non per esempio di Stallone, James Woods, Kurt Russell e Jon Voight (e altri)?

Perché tra tutti i divi del cinema, Eastwood è quello che con il suo cinema ha dato un'idea di giustizia, di umanità, di eguaglianza, di integrità morale mai bacchettona che sembra lontanissima dai deragliamenti della nuova destra americana. E la grandezza del cinema - in quanto arte - è quella di saper portare alla luce elementi della personalità del cineasta che vanno oltre le contingenti pratiche quotidiane. Una delle più frequenti citazioni di Godard dice: "E' ora di smetterla di fare film che parlano di politica. E' ora di fare film in modo politico". Ecco perché, per esempio Berretti verdi di Wayne no e Gunny o il controverso American Sniper sì? O perché - restando a Eastwood - Gran Torino sì e Invictus no? Perché quando si lavora senza dover comunicare messaggi preconfezionati o storie esemplari per moralizzare il pubblico, le sovrastrutture politiche, culturali e sociali svaniscono e resta l'uomo, la sua visione del mondo, il suo modo di viverci e comunicarlo. Ed è un modo che con il pagliaccio biondo candidato alla presidenza non ha nulla a che fare. Ma poi, fuori dal proprio lavoro, c'è la vita, le sovrastrutture, le contingenze, le identità che si formano e si disfano di continuo e che possono essere diverse mediamente dalle profondità di uno spirito. E ciò che fa cucire Mo cuishle dietro un accappatoio può far decidere di votare per uno che caccia via un neonato da una sala congressi. Per questo continuiamo a stupirci. Per questo probabilmente continuiamo ad amarlo.

Commenta il post