Femmina folle (J. Stahl) ★★★

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Femmina folle (J. Stahl) ★★★

Il coraggio di mettere in scena due infanticidi (peraltro morbosi, contro un disabile e un feto) e lasciare nello spettatore una sensazione ambivalente verso chi li ha commessi: il grandioso coraggio di John M. Stahl nel realizzare Femmina folle (datato 1945 e recentemente tornato in sala grazie al restauro di Lab 80) non è solo nel raccontare una donna capace - per una sua distorta versione dell'amore verso il marito - di azioni del genere, ma di tratteggiare attorno a lei un'atmosfera perversa, in cui per due terzi del film lo spettatore non solo è sedotto dalla meravigliosa Gene Tierney, ma quasi ne comprende le gesta, persino potrebbe empatizzare.

C'è di sicuro la maestria della sceneggiatura scritta da Jo Swerling a partire da un romanzo di Ben Ames Williams, ma anche la capacità di Stahl di mettere in scena l'ambiguità: l'affetto del protagonista Cornel Wilde verso il fratello disabile, la gentilezza verso la cognata e la sua predisposizione per l'accoglienza sono sapientemente tratteggiate dal regista come invasioni della privacy, violazioni dell'amore che portano a un isolamento della protagonista. La quale non è una criminale ma una folle che da perfetta eroina melodrammatica agisce di perverso istinto, suscitando quasi la compassione dello spettatore. Che cade quando la sua gelosia si riversa contro la sorella, a lei molto somigliante (Jeanne Crain) ma più dolce e meno seduttiva, la donna che prenderà il posto nella vita del protagonista. Questo gioco di sovrapposizioni affettive e visive fa pensare a Femmina folle come a un film espressionista che nel contesto classicamente hollywoodiano sa comunicare dissonanze e crepe mentali attraverso la fotografia, i colori, le luci e le ombre di Leon Shamroy (vincitore dell'Oscar), le scenografie - soprattutto il finale in tribunale - di Lyle R. Wheeler, Maurice Ransford e Thomas Little (nominate). E ovviamente gli occhi e le labbra della sua magnifica interprete.

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