American Honey (Andrea Arnold) - ★★★½ #Cannes2016

Pubblicato il da Emanuele Rauco

American Honey (Andrea Arnold) - ★★★½ #Cannes2016

A volte a un grande film bisogna dare del tempo. A volte i registi bravi e meno uniformati si prendono il tempo di cui ha bisogno il film per raggiungere il pubblico, preferendo farsi seguire che inseguire. Andrea Arnold nel suo nuovo American Honey chiede allo spettatore di seguirla per 2 h e 43' lungo l'America profonda, con personaggi non sempre accattivanti ma tanto pieni di vita da non poterli non amare e parte ricalcando uno stile ormai canonico per il cinema europeo, cambiando solo scenari. Poi però, poco a poco, lo spettatore che ha saputo aspettare scorge un cambiamento costante che porta il film a diventare qualcosa di intimo e potente.

American Honey è un film che prende elementi stereotipati dell'epopea americana e non solo li ravviva, li rende contemporanei in senso culturale e politico (il contrasto naturale tra riccheza e povertà, come se potessero convivere nello stesso milieu) ma riflette esteticamente sulla loro avaria: quell'epopea fatta di campi e deserti, petrolio e case suburbane, camper e motociclette, ribelli senza causa e giovani fuorilegge si adatta ai tempi, ai suoni e ai luoghi di oggi, ma si adatta non per esigenze artistiche ma per testimoniare a un tempo la resistenza di questa mitologia, che resiste anche se cambia d'abito e canzoni, e il suo deterioriamento sotto i colpi di un capitalismo sempre più subdolo: ne è prova l'apparizione iconica di Shia LaBeouf, che richiama Brando e James Dean, mentre ne traccia i limiti ironicamente. Da donna del Kent, Arnold guarda agli USA con amore, vitalità e occhio critico, adagiando la sua macchina da presa ai corpi, agli animali, soprattutto agli insetti come a parodiarne le soggettive, il suo film diventa una radiografia spirituale, un affresco, un romanzo che rifugge ai ricatti emotivi e cerca solo la possibilità di sognare.

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