L'ultimo metrò (François Truffaut) - ★★★

Pubblicato il da Emanuele Rauco

L'ultimo metrò (François Truffaut) - ★★★

A dispetto dell'inizio e del finale, implicitamente o esplicitamente giocati sulla natura teatrale della scena, del quadro e sul relativo spiazzamento dello spettatore (ribaltato di segno), L'ultimo metrò di Truffaut non è un film sul rapporto tra teatro e vita, sulla realtà che si adagia alla finzione, sebbene il contesto poteva essere un perfetto campo da gioco per Rivette. Nel raccontare la storia di una compagnia teatrale che durante l'occupazione nazista di Parigi cerca di sopravvivere tra collaborazionismi e resistenze, Truffaut gioca con lo svelamento, con una struttura che nasconde qualcos'altro e che si svela poco a poco.

E' un gioco appassionante per lo spettatore che Truffaut costruisce virtuosisticamente come due cerchi concentrici: la macro-storia politica del rapporto tra Parigi e il Reich che emerge con i suoi connotati più neri sotto la patina di una commedia seria e il melodramma che spunta discreto, soffuso in una storia di teatro, di attori e sentimenti sfuggenti. A fare di perno è il personaggio del regista, interpretato da Heinz Bennent, nascosto nella cantina del teatro per sfuggire alla caccia anti-semita ma che ascolta il dramma, suggerisce le mosse alla moglie Catherine Deneuve, la spinge (quanto consapevolmente, per amor di dramma?) verso Gerard Depardieu, è avvolto dall'ombra, ascolta e spia i filtri di luce: è il simbolo stilistico del film fino alla riscoperta del sole e del finale luminoso del film (fotografia di Nestor Almendros), una dichiarazione poetica in cui l'arte e le sue forme di resilienza vincono ogni guerra, più di 30 anni prima della Shoshanna dei Bastardi senza gloria di Tarantino.

Commenta il post