L'infinita fabbrica del Duomo (Massimo D'Anolfi, Martina Parenti) - ★★★½

Pubblicato il da Emanuele Rauco

L'infinita fabbrica del Duomo (Massimo D'Anolfi, Martina Parenti) - ★★★½

Come un albero, come un'intera foresta che vive, si muove e cambia, si rigenera. Il marmo diventa un essere vivente in L'infinita fabbrica del Duomo, il nuovo documentario che confefrma il talento magniico del duo D'Anolfi e Parenti. Mentre le didascalie su sfondo nero scandiscono la storia della costruzione della cattedrale (partendo da testi di Lopez, Severgnini e Ferrari da Passano), le immagini mostrano la presunta immobilità del Duomo oggi, con inquadrature quasi solo fisse.

Ma quella fissità (se si eccettuano alcune spettacolari carrellate nelle cave di marmo, le radici della cattedrale) è necessaria per sentire il Duomo vivere, pulsare come un organismo: sia perché i registi si soffermano sui suoni e i rumori intimi dell'edificio, sia soprattutto perché riprende gli uomini che lo popolano come api operaie, come cellule che compiono lavori minimi ma essenziali come i lavori che una cellula compie in un corpo. Costruttori, restauratori, guardie, preti: e il Duomo guarda la città e custodisce i suoi elementi vitali restituendo attraverso il lavoro e il lavorio invisibile il senso dell'eternità. Oltre alla forza artistica e al fascino storico, il film - che si differenzia dai precedenti dei registi solo per il sottotesto non politico (è il primo di una futura quadrilogia) non per il metodo e per la scelta di un luogo da sondare - confuta definitivamente l'abusata massima di Cocteau sul cinema come morte al lavoro. L'infinita fabbrica del Duomo è l'eternità, il suo farsi.

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