Fuocoammare | Gianfranco Rosi

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Fuocoammare | Gianfranco Rosi

C'è una scena cruciale in Fuocoammare, posta significativamente a metà film circa: il dottore della foto qui sopra, che prima abbiamo visto impegnato in un'ecografia a una donna incinta, parla direttamente allo spettatore raccontando il suo lavoro a Lampedusa nella cura dei migranti che sbarcano sull'isola. E' una scena cruciale perché getta un ponte tra l'isola di Lampedusa e i migranti che vi stanno arrivando - e che il film mostra provocatoriamente come mondi separati, la concretezza della natura e la tragedia umana - ma anche perché per la prima volta, forse nell'intero cinema di Gianfranco Rosi, il film si rivolge direttamente allo spettatore, qualcuno spiega e non mostra semplicemente.

Non è un semplice didascalismo: è la presa di coscienza di una necessità umana e politica. Infatti, nel mostrare la collisione di due mondi, anche semantici, come quello del poema sinfonico sugli elementi e la materia della natura (il mare, i pesci, le rocce e la macchia, il cibo e il corpo) e il canto epico degli uomini che attraversano continenti per trarsi in salvo dal destino (in un capannone, i migranti cantano melodie che narrano le loro gesta sotto forma di preghiera), Rosi utilizza questo medico per svelare il fine del suo film, gli intenti, il senso contingente che c'è anche dietro un'opera d'arte. Si può pensare a una banalizzazione di linguaggio ed è interessante che si pensi questo in un film che è stato accusato di immoralità nel trattamento artistico ed estetico della sofferenza e della morte. Quella scena sgombera forse il campo dalle accuse, o perlomeno aggiunge elementi di riflessione a una discussione che non può essere affrontata per partiti presi: Rosi, in un film che oltre a essere uno sguardo politico e non meramente declamatorio è anche un saggio sul senso umano e artistico di questo preciso momento storico (usando filmicamente alcuni moduli che hanno raccontato le vicende umane dalla notte tempi, usando il cinema come un canto tribale o una pittura muraria o un racconto orale), sa anche che è giusto fermarsi un momento e fare quello che i suoi precedenti film - dedicati a contesti più ampi e a situazioni meno direttamente tragiche - non avevano mai fatto. Fermarsi, interrompere l'andamento carsico del cinema e guardare negli occhi lo spettatore, dicendo due o tre cose precise. E' un'assunzione di responsabilità che fa crollare, a mio avviso, ogni possibile accusa moralistica.

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