Joy | David O. Russell

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Joy | David O. Russell

C'è sogno americano e sogno americano. Per fugare i dubbi sull'ideologismo di questo pezzo il sogno americano e l'american way of life hanno generato pietre miliari della storia del cinema, da Frank Capra fino al Francis Ford Coppola di Tucker. Non è quindi il capitalismo come orizzonte ideologico a rendere Joy un film discutibilissimo, ma la sua rappresentazione e messinscena: il regista David O. Russell racconta la storia di una casalinga dalla famiglia più che disfunzionale che un giorno inventa uno scopettone meccanico per lavare i pavimenti, riuscendo soprattutto a venderlo all'intera America. 

Ci sarebbe della sottile e feroce ironia politica nel constatare il passaggio dagli ideali del New Deal che permeavano Mr Smith va a Washington o Arriva John Doe, o dal valore umano del modello economico statunitense raccontato da Coppola, alla "rivoluzione" di un mocio. Se non fosse che Russell accetta acriticamente l'andamento edificante della sua parabola (per non dire del modo subdolo in cui sfrutta il sottotesto femminista), esalta una visione sfrenata del consumismo che salva vite e migliora le famiglie, ma soprattutto lo rappresenta filmicamente in modo spudorato e facilone: se la prima parte - ambientata nella vita disordinata e difficile del seno familiare - è scritta e montata in modo confuso (sppure più curioso delle ultime prove del regista), la seconda si pettina per bene e asssume tutte le forme registiche e comunicative della televendita, ripetendo allo spettatore i concetti per molte volte, sia mai che si distragga. Sancendo con sorriso e felicità indotta la vittoria dell'economia  sulla società: quel sottofinale con Jennifer Lawrence ormai matura, ricca e benefattrice è un monito. A gioire se una nazione potente ora gode strizzando stracci.

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