Yi yi | Edward Yang

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Yi yi | Edward Yang

E' un film bellissimo e importante quello di Edward Yang eppure, dopo il premio alla regia a Cannes e l'uscita nelle sale italiane, è rimasto un po' dimenticato per lo meno tra i cinefili italiani. Yi yi (uno uno in italiano, rafforzativo di individualità, e non "e uno e due") è un film che descrive l'inizio del 21° secolo con precisione, poesia, maestria filmica. Racconta i personaggi di due famiglie vicine di casa, cercando il singolo ritratto, raccontando le sofferenze individuali e i percorsi singoli che solo di rado s'incrociano: un padre che riscopre la gioia del lavoro e del primo amore, una moglie in crisi per il coma della madre, una figlia che scopre i sentimenti ma rigetta quelli della madre, un bambino sensibilissimo e per questo più esposto dei coetanei.

Yang sceglie una via limpida, all'apparenza semplice, ovvero quella di trasformare un impianto corale, che più di qualcuno ha paragonato a Magnolia, in una storia di solitudini che non si negano l'un l'altra, semplicemente faticano a collidere, a comunicare, a empatizzare. Ma lo stile che sceglie rende queste vicende uno specchio del nostro mondo, un'immagine lucida e realistica, senza moralismi, di ciò che siamo oggi: Yang resta distante dai personaggi, li riprende sempre in campo medio o lungo, frappone tra sé e loro vetri, specchi, costruzioni mescolando il pudore della visione con il gusto dell'osservazione e scarta il pericolo del voyeurismo giocando con finezza sulle ellissi, utilizzando il montaggio e la sua assenza davvero da maestro. Yang sa come veicolare l'affetto per i propri personaggi attraverso uno sguardo che sappia coglierne l'essenza e sappia suggerire allo spettatore un affresco interiore di rara potenza, seppure dai toni trattenuti. Così, quando il film finisce con l'unico primo piano del film, durante una riflessione sulla morte che ha percorso tutto il film, non si può non lasciarsi andare all'emozione.

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