Il meglio di #Venezia71: La zuppa del demonio

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Un'immagine dal film di Davide Ferrario

Un'immagine dal film di Davide Ferrario

Continuiamo a dare uno sguardo alle opere migliori presentate alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Dopo The Look of Silence, tocca a La zuppa del demonio, documentario di montaggio di Davide Ferrario (di un film notevole come Senza nessuna pietà potete leggere qui, mentre di She's Funny that Way, Il giovane favoloso, Nobi e The Golden Era potrete leggere sul Mucchio di ottobre).

Ferrario ha raccolto i filmati dell'archivio del cinema d'impresa e gli scritti sulla fabbrica di alcune delle voci eccellenti del '900 e ha realizzato un film che attraverso la sinfonia di immagini e parole racconta il progresso industriale e l'evoluzione culturale dell'Italia del lavoro. Ma più che con l'andamento didattico e cronologico di un documento educativo, Ferrario ama scavare nelle pieghe della storia, nel non detto di quelle immagini e parole dai padri illustri (da Olmi a Buzzati, a cui si deve la metafora del titolo), e più che un film sul progresso, realizza un'opera su come è cambiata l'idea del progresso, su come la fabbrica e il sogno dell'industria siano cambiate nel corso dagli anni, dal sogno futurista di un paese veloce e vitale alla consapevolezza crescente di come quelle terre devastate per far posto all'acciaio sarebbero diventate un cancro.

Ferrario sceglie immagini e suoni (anche musicali) spesso straordinari e folgoranti, e li accosta con grande sensibilità filmica e lucidità da saggista. Ne esce fuori un affresco che si ferma alla crisi petrolifera degli anni '70, quando il mito della fabbrica cominciò a vacillare, ma che si apre all'oggi e suggerisce inquietanti scenari di futuro.

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