Synecdoche, New York

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Synecdoche, New York

(pubblicato sul numero di giugno del Mucchio)

Ogni lamentela, accusa e rimostranza alla distribuzione italiana è di solito sensata e pertinente. Per esempio: prendere un film del 2008, diretto da uno sceneggiatore di culto e interpretato da uno dei più grandi attori del pianeta, e farlo diventare un fondo di magazzino. Poi quell'attore muore e il film appare nelle sale italiane. E' ciò che è accaduto a Synecdoche, New York, film datato 2008 diretto da Charlie Kaufman e interpretato da Philip Seymour Hoffman che due anni prima aveva vinto l'Oscar per Truman Capote. Film che esce a giugno, come fosse un qualunque scarto di produzione, cosa che ovviamente non è.

Il film racconta la storia di Caden, regista teatrale in crisi a vari livelli che si ammala di una malattia mortale e misteriosa. Decide, per concludere qualcosa e lasciare un ricordo ai posteri, di trasformare tutta la sua vita in un'opera teatrale. Ma l'operazione diventerà spropositata e maniacale tanto da occupare l'intero resto della sua vita. Film cervello come nella tradizione di Kaufman – che da regista è all'esordio –, scritto da lui stesso, che mette in scena in modo evidente e metaforico l'incredibile opera d'arte o di arte falliti che è la vita, l'atto stesso del vivere.

Quello che però rende Synecdoche, New York diverso dai classici film in cui vita e arte si confondono, in cui un libro o una pièce diventano lo specchio della vicenda dei personaggi, è l'ambizione smisurata di Caden e dello stesso Kaufman: non vuole raccontare semplicemente come vita è arte siano simili, ma che la vita e l'arte sono esattamente la stessa cosa, che vivere significa creare, ma anche che per creare davvero, per essere consci e felici della propria opera, bisogna smettere di vivere. Un paradosso, ovviamente, come quello che in The Eternal Sunshine of the Spotless Mind imponeva di dimenticare per ricordare. Un paradosso che però porta a una forte, profonda, sconsolante ma emozionante riflessione sul fallimento di un uomo e di un'artista, e con lui di un'umanità che modernamente costruisce la propria morte, consapevolmente, con entusiasmo e follia.

Caden si ammala, detta in modo retorico ma lampante, della sua vita. Né del male di vivere di montaliana memoria, né di voglia di vivere auto-distruttiva, ma della consapevolezza che come e più del cinema, la vita e la riflessione su di essa sono la morte al lavoro, che l'unico modo per bloccarla in qualche modo è ricrearla, eternalizzarla nell'arte; e Synecdoche, New York (titolo che deriva dal gioco di parole con la città di Schenectady, nello stato di New York, e la figura retorica della sineddoche) non cerca il monumento narcisista come fecero Woody Allen in Stardust Memories o Fellini in 8 e ½, ma mette in scena il nichilismo creativo, la voglia impossibile di bloccare il deperimento con la capacità di creare arte.

Kaufman si immedesima completamente con Caden (monumentale prova di Hoffman) e compie prima di lui e con lui i passi che portano dal duplicare se stessi all'annullarli; e nel fallimento inevitabile, e per questo di tragica bellezza e grandezza, il regista ci si tuffa consapevole e spericolato, risucchiando lo spettatore in una storia che è un vortice e in una messinscena di lucidità folle e specie nell'ultima parte impressionante: si va fino in fondo, si spendono tutte le risorse per fare in modo che se l'arte deve avere le dimensioni della vita esse non possono essere in scala, anche a costo di ricostruire il mondo, di far durare l'opera finché la morte non chiuda il sipario.

 

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