Robocop

Pubblicato il da Emanuele Rauco

Robocop

(pubblicata su Taxi Drivers)

Se in cima al botteghino italiano c’è Belle e Sébastien, che sfrutta l’onda nostalgica dei cartoni animati giapponesi degli anni ’80, non c’è da stupirsi che qualcuno abbia pensato di rifare Robocop, poliziesco fantascientifico diPaul Verhoeven del 1987. Il temerario è José Padilha, noto per aver diretto il dittico brasiliano di Tropa de élite e presto passato alle fila hollywoodiane.

La trama è in tutto e per tutto simile all’originale: un poliziotto coinvolto in un attentato mentre indagava su colleghi corrotti è in fin di vita. Gli viene in soccorso una multinazionale che gli costruisce intorno uno scheletro cibernetico che lo rende un superuomo dell’ordine. Scritto da Nick Schenk, James Vanderbilt e Joshua ZetumerRobocop è un poliziesco d’azione che più che alla sottile ironia di Veroheven guarda alla frenesia di Greengrass e ai suoi risvolti seri e politici.

Infatti, il cuore dell’operazione è rendere espliciti i gangli politici, economici e morali del film di 25 anni fa, che covavano sotto la brace di un film poliziesco duro e violento; qui il regista brasiliano  rende tutto evidente, dalla riflessione sull’arrivismo delle avanguardie capitaliste americane al militarismo della società a stelle e strisce, dal limite sottile tra uomo e macchina in una società iper-tecnologica e iper-connessa alla definizione su cosa sia un uomo e cosa ne definisca l’umanità. Di sicuro molta più sostanza di quanta il cinema hollywoodiano contemporaneo faccia sentire al pubblico; eppure, tutta questa voglia di rendere esplicito il discorso lo rende anche più gretto, meno affascinante. Tanto che Padilha, da metà film in poi, deve dimenticarsi tutto e lasciarsi andare alla violenza, all’azione, alle sparatorie.

Robocop è un film che manca il proprio bersaglio perché in realtà non sa qual è, non sa come porsi tra le esigenze del regista e quelle della produzione deludendo in buona parte quelle del pubblico: a Padilha manca la sintesi narrativa, il ritmo e la secchezza di tocco di Verhoeven e la sostituisce con le intenzioni concettuali e i milioni della produzione. Ma il film pare sbagliato fin dal cast. È anche in queste cadute di stile, in queste scelte basilari eppure clamorosamente errate che si dipinge la crisi di un’industria, a cui solo la nostalgia e il ricordo possono dare una mano.

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